Il tifo, a Catanzaro, spesso è un linguaggio tramandato, un modo di stare al mondo che attraversa le generazioni e si sedimenta nelle storie familiari prima ancora che sugli spalti.
La storia di Teresa Bruni si colloca dentro questo orizzonte di appartenenza, dove la passione prende forma attraverso una continuità fatta di racconti domestici, rituali condivisi e un vincolo che si consolida stagione dopo stagione.
Al centro della sua storia c’è nonno Fortunato, dipendente comunale addetto alla manutenzione del manto erboso dello stadio Ceravolo e tifoso profondamente legato alla squadra cittadina. Ogni giorno tornava a casa con episodi della giornata e frammenti di campo capaci di restituire la vita dello stadio alla sfera privata. Per Teresa il Catanzaro prende forma così, attraverso un racconto quotidiano che rende lo stadio una presenza stabile e riconoscibile nello spazio domestico.

Dentro lo stesso solco cresce anche il padre, che da ragazzo segue il nonno al Ceravolo quando gli impegni scolastici lo permettono. Il contatto diretto con il campo si trasforma col tempo in una fedeltà stabile, poi in un tratto distintivo che accompagna la sua vita adulta. Da genitore trasmette ai figli, un maschietto e una femminuccia, una passione già consolidata. Teresa cresce circondata da storie giallorosse, guarda le partite in televisione senza comprenderne subito le dinamiche, ma interiorizzando gesti ed emozioni, fino a farli diventare parte della propria educazione sportiva.
Con il tempo quell’eredità si traduce in presenza sugli spalti. Oggi Teresa vive lo stadio accanto al padre e al fratello, mantenendo una continuità generazionale che attraversa gli anni. «Conosciamo tutta la storia del Catanzaro, per filo e per segno», afferma, sottolineando una consapevolezza costruita nel tempo e intrecciata con la propria identità. Il primo ricordo personale porta con sé l’immagine delle sciarpe e delle bandiere collezionate e l’emozione della prima volta allo stadio, in un periodo in cui la squadra militava in Serie C. Le trasferte, per motivi di lavoro, restano un appuntamento televisivo, vissuto con una ritualità precisa. «Durante la partita dobbiamo essere solo io, papà e mio fratello», racconta con decisione. Una liturgia privata che scandisce il tempo della gara, mentre la casa si riempie di simboli giallorossi osservati con ironia e affetto dalla madre.
Tra i calciatori della sua infanzia cita Ferrigno e Corona, ammirato per la determinazione sotto porta. Nel presente lo sguardo si posa su Iemmello e su Pittarello, ribattezzato in famiglia “Tavuluna” per la sua fisicità. Le piacerebbe incontrarlo.
Biasci, anche se lontano dalla squadra cittadina, resta legato a una dimensione personale ancora viva e riconoscibile. La maglia autografata è custodita come un oggetto di memoria, parte integrante del suo percorso di tifosa.
Uno degli episodi più significativi riguarda Massimo Palanca. Durante una partita un pallone finisce fuori dal campo e viene recuperato dalla famiglia Bruni, rimanendo custodito per oltre 45 anni. Qualche anno fa Teresa incontra Palanca in Sila, gli chiede di firmarlo e gli mostra una fotografia del nonno Fortunato. Il riconoscimento è immediato e il calciatore chiede quella foto in dono. Un gesto che restituisce la dimensione umana del calcio vissuto oltre il risultato. A dire il vero, racconta sorridendo Teresa, aveva chiesto anche il pallone, ma quello è rimasto con lei, tra ricordi e continuità affettiva.
Come tutti i tifosi che si rispettano, anche per Teresa la partita ha riti precisi. Se il calcio d’inizio è alle 15:00 o alle 17:00 il pranzo salta. Il fratello indossa sempre la sciarpa, anche d’estate e Teresa, invece, esce solo con le sue scarpe personalizzate con l’aquila giallorossa disegnata sopra. Tra i racconti tramandati dal nonno emerge anche un episodio diventato quasi leggenda familiare: durante un derby negli anni Settanta scavò una piccola buca vicino alla porta della curva est e vi nascose un piccolo corno. In quella gara un rimbalzo favorevole contribuì a un gol del Catanzaro, trasformando l’episodio in un frammento di patrimonio condiviso.
Accanto alla memoria, c’è uno sguardo attento all’attualità.

Sul presente Teresa mantiene uno sguardo misurato. Apprezza il lavoro della dirigenza e sottolinea l’importanza di concedere tempo ad allenatori e giocatori per costruire risultati duraturi. L’idea di rivedere il Catanzaro in Serie A coincide con un desiderio collettivo, un traguardo capace di restituire alla città una parte della propria storia.
Nel percorso di Teresa il tifo femminile prende forma attraverso una partecipazione consapevole e continua, radicata nella memoria familiare e nello sguardo verso il futuro.
Una partecipazione che attraversa stagioni diverse senza perdere intensità, adattandosi ai cambiamenti del calcio contemporaneo senza smarrire radici. Così, tra ricordi di famiglia e nuove stagioni da vivere, la storia giallorossa trova ogni volta una voce diversa capace di raccontarla.
